uàtslovegattùdùuizìt?
una Signora si... ma una signora...cosìcosì!*occhiolino*

il senso
uàtslaifgattùdùuizit?



The trouble with our times is that the future is not what it used to be e questo lo diceva, solo in francese, mi sa, paul valery, mentre la tina, la turner intendo, non quella che lavorava da mia suocera, cantava panterosa what's love got to do with it?
e allora, parafrasandoli entrambi, e parecchiamente inventando, nella mia consueta sognante e caotica confusione, che sovente mischia anche i linguaggi, io vi dico, a voi:
what's LIFE got to do with it?
sono tempi di corsa, così almeno io li sento e molti di voi, lo so perchè lo so, anche.
sono tempi affannati anche di sorriso esagerato e di vento solo molto freddo, nei capelli freschi di parrucchiere.
sono momenti che spesso, in questi momenti, ti verrebbe da fare dei fermo immagine perchè sei cosciente, che è adesso e forse non si ripeterà mai più, il così come adesso.
triste o lieto che sia.
sono tempi che se ci fosse un cammino per davvero, noi sarem nel mezzo, sul serio eh mica letteratura, e questo fa ridere molto, si, ma anche un po' di paura, chè siamo giovani adulti mai abbastanza cresciuti, nè disposti, purtuttavia vivendo, a farlo.
cosa avrà a che fare, mai, mi e vi chiedo, la vita con questo?
la stessa cosa che c'avrà a che fare, con 'sto vivere davvero lietamente meritato, intoppi e grane inclusi, l'amore, quello che a me piace tanto di dire e di scrivere, un po' anche da viverci. quindi, in una parola, tutto.

io per me, me la canto fingendomi la tina, la turner intendo, non quella che lavorava da mia suocera.
e ve la canto un po' anche a voi.
asocalledlady
(una signora così così)


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mercoledì, marzo 21, 2007

Sono passati anni dal primo post, mio figlio allora guardava le figure, ora scrive in Html, adesso up&down-na  byte che è una bellezza.
Il tempo scorre, sono nate cose nuove, nonsoloblog.
Una di queste novità è Ning.com, piattaforma ideale per la creazione di uno spazio Web a disposizione della "gente": il social-network-personal-site.

BlackSheep_whmd

Su Ning.com ho una nuova casa, aperta per gli amici, è comoda e se ti va potrai interagire con me in maniera più completa e soddisfacente di un commento ad un post.
L'importante è che ti senta anche tu Snob naif.
Vecchio o nuovo amico, vieni a trovarmi, ti aspetto!
Pampurio.
 

Pampurio | 00:52 | commenti | link


domenica, marzo 26, 2006
|

Toc, toc...

Anche qui il blog langue.

Come mai tanti blogger, dopo tanti post pieni d'energia, si sono allontanati dalla loro creatura?

Chissà se  passano ogni tanto a dare un'occhiata...


Pampurio | 21:53 | commenti | link


lunedì, agosto 29, 2005

Conosco il Narcotrafficante in un baretto del pueblo di alborea, nella manchuela di una spagna assolata ed immobile, eccezion fatta per le mosche che ti muovono fastidiosamente l’aria intorno alla faccia.

Agosto di un anno decisamente cinque, però in sordina, senza grancassa.

Un agosto un po’ sorridente come un pugile suonato e buono, sotto la scorza apparentemente dura.

Come sono arrivata qui, lunga storia che poco ha a che vedere con Dom Quichote e Sancho Panza, che ringrazierò comunque per la gentile comparizione, nei titoli di coda.

Così come, nei titoli di coda, ringrazierò per la gentile collaborazione il negozio Pescados Alberto, inesorabilmente sempre chiuso per ferie; Isidro e i suoi fratelli, compresa quella odiosa  sciacquetta della moglie con la sola attenuante della giovanissima età;  tutti i cugini primi del toreador e di Miss Vi, la vaquilla, la mantequilla e la mia Segunda , coi suoi capelli giallo oro e la sua risata contagiosa.

Sta seduto, Narco T.,  con lo sguardo nascosto dietro agli occhiali, che poi perderà, così come un po’ di spavalderia, ma questa è un’altra storia, ai tavolini di plastica che ballano da una gamba, sulle sedie bianche anni cinquanta sia come stile che come proprio costruzione, per cui dal gusto e dalla consistenza un pochettino fané.

Lo ha portato sin qui una centennale amicizia col Toreador – stesso numero degli anni di solitudine di garcia marquez - ed un aereo merci proveniente da panama, così come il cappello che non possiede ma che di certo dovrebbe indossare.

I vecchi del pueblo intorno, da cornice alla sua foto, colori degli abiti atti a far risaltare i suoi, sono vecchi solo per elezione, quantomeno alcuni di loro. Tutti lo guardano senza curiosità, che è invece riservata a me.

Io straniera, lui istintivamente accolto nel branco, anche se per razza distintamente differente.

Total black anche un po’ nell’anima, io corro simil jogger, più pretenziosa che ginnica, per le stradine tendenziose del paese. Dalla cima della salita dell’iglesia, davanti all’ala ovest della magione di Miss Vi, lo vedo seduto con la camicia azzurra a guisa di bandiera un po’ ammainata.

Quei capelli dall’improbabile colore.

Il braccio destro ad abbracciare il sedile della seggiola vuota al suo fianco, il corpo arhitettonicamente sistemato a ricordare un insieme di angoli retti, solo più morbidi e chiari, le gambe quindi accavallate, il viso leggermente rivolto dalla parte opposta del braccio rialzato, lo sguardo a scannerizzare tutto tutto l’orizzonte, a trecentosessanta gradi. Come se fosse possibile!

Nelle mie orecchie, sotto la coda di cavallo che dà morbidezza danzante e ritmata al mio collo tatuato, la stessa canzone ripetuta ossessivamente da circa venti minuti, fa da colonna sonora alla mia prima registrazione del suo viso.

Attacchiamo discorso come fanno gli esuli, così tanto per fare.

Nessuna comunione ci unisce, anche nella diversità.

Capisci, io sono Una che nella sua vita reale ama le buste cartonate della DHL consegna  EXPRESS e la loro solida armonia

Eppure. Gli sorrido un po’ invitante, ma lui mi tiene a distanza di sentimento. Mentre qui, in questo spazio irreale di vivere, io ancora, continuo a cercare di ammaliarlo di niente.

Più tardi, qualche giorno più tardi, davanti ad un caffè, sta rigirando il cucchiaino in una tazzina da una sola singola zolletta e mi chiede senza guardarmi, di che cosa, hai paura?

 

Con lo stesso tono con cui mi avrebbe chiesto, cosa leggi?, se avessi avuto un libro in mano e lui voglia di saperlo. Ma solo il tono, è lo stesso, chè l’implicito riferimento alla sua voglia di sapere quel che penso adesso, rende la domanda densa di pixel e anche parecchio grassettata.

Penso, di dirtelo, ho paura. Di dirti che ho paura di alzare lo sguardo e puntarlo dentro il tuo, l’unico azzurro che abbia mai visto che arde di brace come il nero più nero, che evoca per descrizione un abbraccio caldo mentre in realtà sogghigna come un demone travestito.

 

Di piantare lo sguardo nel tuo e di sapere che non c’è salvagente che potrebbe salvarmi dall’annegarvici e che, se ci fosse, nemmeno lo vorrei. Di scoprire che puoi entrarmi nel cuore anzi ti ci inviterei proprio proprio volentieri, nel mio cuore, quel cuore che non sta di certo nell’organo che pompa in giro il sangue, no, bensì quel cuore fatto di ormoni e ferormoni e destino e sorrisi e futuri anche solo immaginati. Si che mi ti ci butterei per certo, in quel cuore lì e che ti ci farei anche stare parecchio bene.

 

Quasi di niente, dico a voce alta senza naturalmente guardarlo, almeno a pensarci.

Della paura stessa, che è così paralizzante ed imprevedibile, quando arriva e che non si sa mai come gestirla senza essere ridicoli. Dell’abbandono, ma non della solitudine. Del buio, se mi concentro e penso che devo averne paura. Degli assassini, quelli che t’inventi e che ti vengono ad uccidere nel sonno. Della malattia, del male, del dolore, ma anche su quello mi devo concentrare, perché ne ho paura solo quando c’è, mai in prospettiva.

 

Si, quasi di niente, pensandoci bene, sorrido ridendo di me mentre parlo facendo attenzione a termini e pronuncia.

Sento che il Narco sorride guardando al di sopra della cima della mia testa, laddove ì troppissimi capelli evocano visioni di morbidezza di cuscini, oppure orizzonti lontani e futuribili dove né io né la loro carezza siamo più contemplate, se mai lo siamo state.

Io dei cani. Dice.

Rendendomi con ciò talmente ridicola anche ai miei stessi occhi, da farmi ridere proprio col sonoro, abbandonare ogni indugio e pseudo timidezza ed alzare lo sguardo per ridere col suo, quasi come liberata da una minaccia di malia, ma volutamente e finalmente disarmata da un eccesso di rassicurazione.

Lo guardo, quindi, totalmente indifesa ed ingenua.

Quando incontro il suo sguardo, finalmente, sta ancora rigirando il cucchiaino nella tazzina,

siamo lui seduto ed io in piedi, opposti di figura con un tavolinetto tipo bancone da bar nel mezzo a separarci, nella cucina della casa del toreador.

E’ mattino presto per il resto del mondo, mentre noi già svegli prendiamo confidenza con il calore che riempirà la giornata a venire.

Agosto è, qui, come un’amante che molto ti piace ma che non ne vuole sapere di lasciarti un po’ di spazio: Troppo ti abbraccia, troppo ti si insinua addosso, ti si arrotola alla pelle, ti scivola sulla schiena e sulla pancia passando dalla scanalatura che separa i seni. Hai moti di fastidio, cerchi sbadatamente di scrollartela di dosso, a volte persino sbuffi, mentre stai leggendo, per allontanarla un po’. Ma, lo stesso, ti piace che ti piace.

Mi si alza aritmicamente il petto su una parigina azzurro cobalto, divisa notturna - standard per foggia, ma dai colori a variabile direi umorale - della mia femminilità a riposo. Quello che non è viso, abbronzato, volpino, cangiante e croccante come il rumore della mia risata, è capelli ballerini classici però monelli, dal colorito scuro però confuso con il sole; il resto è pelle ammiccante, tesa, invitante e con parecchie promesse sottintese.

Lui sta mollemente appoggiato dentro la sua veste da camera a righe coscienziosamente assortite fra l’azzurroblugrigio, proprio così come si legge, distinti ma debordanti l’uno dentro l’altro.

E’ elegante, di un ordine affascinante e minaccioso, un po’ come se il terrore si mettesse lo smoking; è a suo agio, come sempre e comunque pare essere; è a sé stante, come tutti i simili ad altri che sanno però di essere inesorabilmente diversi, ancorché solo per invariabile dettaglio.

Ancora quei capelli dall’improbabile colore in natura.

Ancora quegli occhi di cui avevo dimenticato l’abissale attraenza.

Avevo dimenticato, io e il mio sorriso improvvido e solare avevamo minimizzato.

Alzo gli occhi pieni di sole tintinnante mattutino e li appoggio morbidamente assonnati di calore sui suoi.

E con questo, mi frego da sola.

 

 

Il PresuntoPresuntuosoPotente (di qui in poi, quando mi parrà, solo PiPiPi), abita da due mesi o da duecento anni a questa parte, solo nella mia testa e nel mio telefono.

Non ci sono tracce certe di sua fisicità, cellule od umori, nella vita reale e anche nelle altre, da tempo che avrei smesso di contare, per scelta.

Capisco che la costruzione della frase genera possibile equivoco, ma lascio stare, perché in fondo, la scelta è sia la mia di smettere di contare i giorni, che la sua di non apportare tracce di propria fisicità, cellule od umori, nella vita vera e nemmeno nelle altre.

Eh, son momenti!

Miss Vi scuote la testa per trattenerci dentro commenti taglienti come una sega elettrica da serial killer di film americano.

Miss Vi quando non parla fa un sacco di rumore con gli occhi e con i movimenti sia della faccia che del corpo.

In fondo la preferisco quando rumoreggia di parole, anche se delle volte ti verrebbe da staccarle il sonoro, per quanto parla.

Non che dica sciocchezze, ma dice molte ma molte ma molte ma molte cose, proprio di quantità, intendo.

Miss Vi è molto bella nella sua limitata estensione tridimensionale, anche se credo che nessuno glielo abbia mai detto, motivo per cui non credo nemmeno lo sappia lei, di esserlo.

Il che, insieme ad una acuta intelligenza pastosa, costituisce di certo buona parte del suo fascino.

Arriva qui da Fuerteventura e da cinque mariti, ricchissima di svariate eredità, a bordo di una bentley azure blu scura con gli interni di pelle beige, che ha nascosto dal suo secondo giorno di arrivo a qualche chilometro di distanza dalla vecchia plaza de toros del pueblo, sotto ad una pira di arbusti che hanno ormai messo radici sulla carrozzeria, diventando quella che i ragazzini del luogo chiamano la collina loca. Uno di loro, più ribelle di altri, una sera intorno alla piccola piazza recintata del centro si è vantato di aver scoperto nella collinetta uno sportello e di esser riuscito ad aprirlo, di essere entrato nel mistero full optionals della collinetta loca. Sua madre Aure lo ha picchiato con la mano aperta sulla bocca, facendogli luccicare incredule ed offese lacrime di dolore, con amorosa imposizione di silenzio, a lui ed indirettamente a tutti gli altri. Nessuno più, dopo quella sera, ha mai osato più parlare del passato Miss Vi, del suo arrivo, dei suoi cinque mariti o della macchina così lussuosa ed imprevedibile che fa ormai parte dei tanti misteri di alborea.

Aure è diventata la migliore amica di Miss Vi, di lì all’eternità, ed è stata ribattezzata La Esportabile. La complice imperitura di Miss Vi, quando si sa, non si son mai visti complici a fin di bene.

MissVi e suo fratello il Toreador, hanno deciso tanto tempo fa,  di avere quarant’anni per tutta la vita.

Miss Vi adempie con grazia e leggiadria alla sua missione praticamente da sempre, mentre suo fratello arranca un po’, ma ce la fa anche lui.

Li ho conosciuti che avevano entrambi intorno ai quarant’anni, in effetti, quando a mia vota avevo trent’anni da un po’ di tempo, e siamo subito diventati molto amici.

Ecco perché sono qui, ora, ad ascoltare il rumore silenzioso del disappunto di Miss Vi, mentre le parlo di PiPiPi, della sua assenza e dell’incontro con il Narcotrafficante, che mi ha annodato un po’ i pensieri ma non i capelli. (mentre io avrei davvero preferito il contrario!)

Il sesto futuro ex marito di Miss Vi, ancora non lo sa di essere tale.

Abita nella campagna politica intorno a Firenze, dove tutti parlano con una buffa cadenza grassa che devi sempre tamponare con lo scottex casa perché non lasci tracce unte in giro, durante i vari discorsi fra la gente.

Lei magnanima, dolce e un po’ materna non gli ha mai detto di avere molta vita più di lui, sia davanti che alle spalle, lasciandolo così speranzoso e baldanzosamente illuso di comando, irrimediabilmente di lei ed in lei perduto. Ecco perché si è lasciata momentaneamente lasciare: per dargli l’illusione di potersi inventare il loro amore, il suo tragitto, la traiettoria, che lei già conosce per iscritto per aver letto un quaderno di profezie della sua nonna canarina.

Tanto, tanto, tanto tempo fa da far paura a saperlo, figuriamoci a dirlo, e infatti non lo dice, tace.

Mi vuole un bene nervoso, Miss Vi. Me lo picchierebbe sovente sulla testa fino a raggiungere la pastosa sostanza del raziocinio e modificarmela, Miss Vi, e per questo gliene voglio tanto anche io, all’indietro, anche se non della stessa natura.

Il bene che son capace di volere io al femminile è quello che ama come fossi un uomo solo senza gli ormoni in mezzo. Vedo il bello, vedo la femmina, la complice, la mamma e la sorella e mi piacciono tutte in una, perché da me, portatrice sana delle stesse ricchezze, totalmente diverse seppur nella similitudine di genere.

Avete mai pensato alla musicale bellezza della parola femmina, anche per iscritto?

Ci sono parole che a volte io mi sussurro da sola a mezza bocca, solo per darmi tranquillità o benessere o armonia, perché mi piacciono di suono e di movenze vergate. Una di queste è questa.

L’ho detto al Narco, qualche sera fa, mentre giocavamo a catturare parole rincorrendole a bordo piscina sotto ad un cielo drammaticamente stellato, ma non ha voluto ascoltarmi.

Sciocchezze, ha detto, sono solo sciocchezze.

Così ho fatto finta che non mi si piegassero le labbra un po’ all’ingiù, stringendole più forte nell’indifferenza e non mi sono accorta, presa dallo sforzo, che stava sorridendo, mentre lo diceva.

Come dicevo è la sola presenza vocale del PresuntoPresuntuosoPotente che ha girato la chiglia del mio aereo privato (I don’t fly commercial) verso questo punto sperduto della vita.

Ho parcheggiato l’uno all’aeroporto e l’altro in una specie di limbo, in attesa di potermene liberare localmente e anche di carnesangue, non appena me ne darà la possibilità comparendo.

Sono qui e m’interrogo sulla validità della corsa con la musica nelle orecchie.

Direi massima, perché in effetti anche se non imparo nessuna canzone nuova (suono sempre a ripetizione la stessa con il mode repeat 1 nel mp3 portatile che nascondo nella scannalatura  in cima alle natiche, rappreso dai calzoncini neri a vita bassissima) il pensiero si è come riempito di nuovo di creativa follia, talmente folle talmente creativa da sembrarmi quasi quella buona, quella che potrà essere la mia compagna di vita.

Sono qui che m’interrogo su quello su cui dovrei interrogarmi e non è che abbia ancora deciso il titolo dei capitoli.

Se con PiPiPi si trattava di amore o solo di parole.(nel caso uno avrei diritto ad un periodo disperatissimo di allontamento!)

Se ho ancora un po’ di disperazione pregressa che non sono riuscita a trasformare in Ordinario Dolore per la scomparsa del re del regno della vita vera, quello che mi ha dato la vita, diverse botte in testa e parecchie regalie non sempre meritate.

Se fosse o meno il caso di procedere con la vita e smettere per qualche tempo di avere solo trent’anni scivolando, magari, un po’ avanti per vedere l’effetto che fa.

Se il mio lavoro di pasticcera/alchimista nel laboratorio di Saint Germain des Près, nella provincia di Bologna, non abbia ahimè fatto il suo tempo, nonostante l’amore che ci metta nel farlo. (e, devo ammettere, la discreta abilità, inventiva e talento).

Il Toreador nel suo ambiente è quello che avrei sempre immaginato lui potesse essere senza averlo mai visto esserlo.

Quell’animo gentile che nella vita vera non ha, quelle attenzioni da valvassore che non gli ho mai infrasentito emanare, quella regale ospitalità di modi e di accenti cosmopoliti.

Il Toreador fa coppia con la vaquilla da quasi cinque anni.

Si sono conosciuti ad un mercato di albacete . Fissati per un istante e poi subito lasciati di sguardo, ma inesorabilmente riconosciuti.

Lui l’ha comprata per due sorrisi, molte promesse scritte e tre favori compromettenti, ma ne valeva la pena, perché lei lo aspettava e lui lo sapeva.

Da allora, ogni sette della sera, si incontrano in una pantomima di toreada prenotturna, vestiti di tutto punto con i colori della passione e del sole, ma solo d’estate.

D’inverno lei si appisola sovente sul divano, mentre lui finge di non vederla anche se sorride e le lascia sempre un biscotto di avanzo dopo la colazione, a lato della tovaglietta  rossa, che lei finge di rubare e mangia fuori della porta di legno, per non lasciare briciole intorno.

Il Toreador ha molte vite e molti amori, molti umori e molte passioni che si spengono in fretta, ma pochissime certezze.

Mastica giornate mangiandosele un po’, cosicché non si capiscono mai bene nella loro intierezza, nel loro senso, ma ha un cuore grande come la plaza de toros di valencia, ed una scatola segreta fatta come uno scrigno di legno dove tiene conservata una foto di sua figlia ed un sacchettino rosso ancora vuoto.

La foto di sua figlia è magica e spesso guardandola tre volte e soffiandole sopra un sortilegio, riesce a farla apparire e sono i momenti più belli della sua vita. La bimba avrà, anch’ella come lui ne avrà quaranta, tre anni per sempre, anche se sta facendo pratica e ancora non è capace del tutto. Ma si abituerà.

Quello del sacchettino di velluto rosso ancora vuoto invece è a tutt’oggi un mistero che non mi ha voluto svelare. Secondo me è il porta sogni ed il porta speranze che ancora non si è azzardato ad avere, per paura della realtà. Quando finalmente se ne lascerà avere qualcuno, sono certa che li nasconderà qui, perché si vede anche solo a guardarlo da lontano, che questo sacchetto sta per contenere qualcosa di arcano e prezioso.

 

E’ un tramonto puttana ad alcalà de asucar e qualche birra di troppo che mi porta a guardare il narcotrafficante con occhi forse troppo da gatta ma forse troppo poco da tigre, ed una musica traditora che scorre sulla schiena come il rosso tramontico negli occhi, similmiele, e di conseguenza a perdere la possibilità di farmi amare da lui, a cominciare dalla carne e poi via via, su su fino a dovunque chiunque di noi voglia piazzare geograficamente la sede del cuore, inteso come l’Organo del Sentimento, non già come la pompa di circolo di sangue.

Tant’è. È forse lo stesso tramonto puttana che mi fa capire che il PresuntoPresuntuosoPotente non mi accende più sorrisi quindi è inutile anche sonoramente parlando, per cui archiviabile senza passare dal via, senza ritirare le ex ventimila lire e magari senza rilasciare interviste che nuocerebbero di certo alla mia paranoia.

Stesso, medesimo tramonto che riporterà a casa Miss Vi e farà tornare da lei il suo ignaro futuro ex sesto marito, che lei si fingerà sorpresa di rivedere. E gli sorriderà amorevole.

Così come lo stesso tramonto che illumina, quasi di certo, ossimorosamente parlando, la decisione del Toreador di vivere qui e per sempre, lasciandosi essere quello che è riempiendo quindi tutto il sacchettino rosso e lasciando che la bambina cavalchi per gioco la vaquilla.

Questo tramonto, ha anche detto alla Segunda che è ora di tornare, semplicemente, a casa e di rivedere certe tavole della legge che aveva lasciato in sospeso, ancora non sa se dentro fuori della prigione.

Tramonto bello denso, altrochè.

 

Mentre lo osservo e contemporaneamente me ne allontano in tutta fretta, che è sempre meglio andarsene, di fonte alla meraviglia, prima che questa stessa si sia compiuta, conclusa, che svanisca lasciandoti un retrogusto di malinconia, mi viene da riflettere ancora.

Si, siamo tutti il grande amore di qualcuno.

Qualcuno, magari più volte degli altri.

 

Cinque pagine.

Di un anno cinque.

Di me che sono un cinque.

Anche nella vita reale.

(quella dove non accadrebbe mai che alle nove del mattino sto spazzando per terra il patio e dopo averlo spazzato lo innaffio ben bene con lo spinello, per ripulirlo dai bagordi notturni, mentre la Segunda si pitta le unghie dei piedi con uno smalto color sangue di piccione).

 

Olè.

 

 

 

 

 


lunedì, febbraio 14, 2005

Era fondamentalmente un anno di quelli che lo sapevi che dovevi considerarlo fortunato.

La parola chiave: NONOSTANTE.
Si, da quella tutto, partiva.

Era iniziato da poco e già gli occhiali da riposo, quelli da casa, per essere più precisi, di una bruttezza talmente brutta da giustificare loro da soli la meraviglia, almeno ogni tanto sembrava una meraviglia, di essere single, avevano come per magia, ma per la verità solo perché a forza di indossarli mentre stavo a letto coricata sul lato sinistro, quindi la magia non c’entrava per nulla,

dicevo gli occhiali comodissimi ma intimissimi da casa, che non avrei osato mai mostrare sopra alla mia faccia se non a uno che davvero avesse dimostrato di amarmi da almeno dieci anni di matrimonio e molti anelli coi brilli dopo, si, proprio loro, compagni di letto ogni sera – i più fedeli!-, caronti verso il sonno più volte si che no, osservatori di qualche lacrima solitaria muta e prenotturna in momenti particolarmente no,

gli irrinunciabili e comodissimi, come per magia, si erano proprio mutilati di netto della stanghetta sinistra.

Sinistra a guardarli a partire dal mio lato di visuale, quindi dall’interno.

In un primo tempo mi era sembrata una tragedia, secondo me non potevo nemmeno portarli a riparare, chè non ci sarebbe stato occhialista in grado o comunque con un sufficiente sense of humour, da mettersi lì e cercare, cessò, dei necessari pezzi di ricambio (almeno pensavo che dei pezzi di ricambio sarebbe stati necessari) ed in ogni caso mi sarei vergognata di farlo sapere anche all’occhialista, che in solidarietà quasi assoluta (figli e cane a parte) io, proprio io, indossavo quegli occhiali lì. Per l verità non ne potevo proprio fare a meno.

E poi era uno di quei periodi che la tecnologia e un po’ tutti gli oggetti di uso comune tendevano ad abbandonarmi e/o a guastarsi e vista la tendenza, ed il numero quindi degli oggetti da riparare che si moltiplicava, avevo cominciato ad accumularli in sacchetti e pacchettini, che per lo più trovavano ricovero nel portabagagli della mercedes, da dove non sarebbero certo usciti presto, e che di certo non li avrebbe condotti, a breve, nel luogo in cui i loro simili venivano ospedalizzati ed eventualmente ringiovaniti o salvati.

Non potendone quindi fare a meno, degli occhiali mutilati, avevo deciso di tenermeli così, cominciando anche a trovarci dei lati piacevoli, nella mutilazione. Quando andavo a letto, infatti, sempre coricandomi sulla sinistra, la stanghetta non essenteci mi lasciava la libertà di tuffare proprio il lato del viso nel cuscino, regalandomi quella piacevolezza che nove su dieci ti porta dritta dritta filata al sonno dopo una media non registrata di cinque minuti a partire dal momento dell’appoggio (questo in condizione di tivvù accesa, il programma non importa, inserimento del timer di spegnimento automatico dopo, a scelta, 30, 45, 60, 90, 120 minuti e luce definitivamente spenta).



La macchina e anche la casa, erano da cambiare. Ma questo già da un po’, quindi non si poteva certo imputare il futuro ribaltone all’anno in corso, anche se da pochissimo corrente, per così dire.



Nella fattispecie la casa, anche lei, mostrava segni di comportamento ossessivo compulsivo: a parte i guasti di cui si diceva prima, quindi per citarne solo alcuni fra i capitali, lavastoviglie in fin di vita, lavatrice che seppur nuova non scaricava l’acqua, lo zoccolo sottostante le due che non voleva più stare nella sua sede (pur essendo per certo un su misura, prova essertene il fatto che era stato messo lì per benino per circa cinque anni, poi era impazzito) conferendo alla cucina l’aria di una giovane attraente ma sedentata e purulenta in zona gengive (che schifo di immagine!),

dicevo quindi guasti a parte, c’erano queste cose un po’ strane che succedevano senza motivo apparente, anche in seguito ad accurate perizie tecniche e ricerche, del tipo del parquet che dal salotto sfumava nella cucina, che si era gonfiato, poi alzato, poi arruffato tsunameggiando listello sopra listello e che non poteva essere sistemato finchè la causa del suo impazzimento non fosse stata stabilita (condomino docet) rimanendo quindi a rischio ferimento piedi di coloro i quali vi avessero soprappensiero deambulato sopra o intorno (io, quindi, fissa e spessevolentieri a piedi nudi e mezz’addormentata).

I cassetti del mio armadio privato, poi, quello della camera da letto, sontuoso inno all’indecisione stilistica della sua proprietaria, debordante di abiti di stili talmente dissimili fra di loro da lasciar intendere, ad un osservatore esterno, la di lei probabile personalità psicotica, sontuoso e sciccoso nella sua facciata completamente specchiata, come una signora molto ricca e ingioiellata e pitonata e anche rifatta, bionda e di milano, dicevo i cassetti, nella fattispecie il primo in alto della seconda anta da sinistra, quello della biancheria intima, il successivo, quindi il secondo, ma non i tre seguenti, erano decisamente usciti dalle loro guide e dai canoni di qualsivoglia ragionevolezza, rimanendo per questo come momentaneamente appoggiati in modo stabile l’uno sull’altro, senza poterli estrarre come si usa fare comunemente coi cassetti normali, mentre il loro status lungi dall’esser momentaneo o casuale era obbligato ed innaturale.

Va da sé che per questi due ultimi inconvenienti, io il mobiliere un tentativo di chiamarlo lo avevo anche fatto, ma datava ormai di qualche mese, prima di natale uno era anche venuto, col risultato di fare una faccia da quiz del mobiliere, ed aver annunciato/minacciato che mancavano qualcosa come due o tre pezzi impronunciabili e di certo di oscura provenienza, motivo per cui ora, gennaio ammiccante a febbraio almeno in quanto ad occhiolino, la casa versava ancora nelle condizioni di cui sopra, figurativamente immaginabile come una signora nel fiore dell’età, di una certa eleganza ed importanza, un po’ ammaccata e un po’ stupita, resa fragile da un incidente inatteso, tipo fosse stata investita da un’auto mentre attraversava la strada per andare ad una festa, bella apparecchiata e col tacco dodici.



Avevano diagnostico a mio papà, il mio papà gemelli, quello forte ed immortale, che principalmente aveva il ruolo di parafulmine per le mie sciroccate rivendicazioni di causante frustrazioni, un male incurabile che gli assegnava qualche mese di vita e poi basta. Rimescolando le carte dei miei affetti più veri e radicati, erano uscite le combinazioni più disparate, e scarso dopo scarto non era rimasto che questo dolore necessitante di organizzazione e tutta la portata di un amore così grande e profondo da non poterlo descrivere con le sole parole. E l’imprescindibile pulsione di essere io, ora, a prendermi cura di lui, nei suoi giorni restanti.



Avevo allontanato l’avvocato, chè mi piaceva molto pensarla proprio così, come l’ho scritta. Allontanato che seppur metallizzato e piacentissimo e piacevolissimo,

ero stata costretta dai miei occhi nuovi, o da quelli vecchi improvvisamente ripuliti da appannatura con l’acqua e col sapone, ad ammettere che non di amore si trattava né mai di ciò si era trattato, ma di un maldestro tentativo di accompagnamento, che non mi si confaceva né per stile né per indole.

Seccante la consapevolezza del tentativo; seccante la mia non capacità di trasformarlo in altro di più profondo; seccante ed animosa la realizzazione che mi ero aspettata che fosse lui, a trascinarmi in amore tramite la portata di un presunto suo sentimento che avrebbe dovuto, appunto, esser trainante; seccante avergli dato tante immeritate opportunità, di avergli aperto mie porte private, di averlo lasciato inserirsi in diversi riti anche se banali e quotidiani, della mia privatissima organizzazione di vita; seccante e seccantissimo che tutto fosse durato un anno, che nella mia tendenza relazionistica costituiva un caso senza precedenti, comprendendo anche una vacanza estiva con l’aggravante viaggio in messico e due, dico due, natali, più un allegrissimo sanvalentino in quel di new york, che a pensarci adesso era stata davvero una mossa piena di glamour e ricca di irriverenza verso la festività sanvalentinica stessa, da tutti noi snobbata, ovviamente promossa da me medesima.

Seccante si seccante, soprattutto per la di lui accettazione dell’allontanamento, chè si sa che un allontanato, specie alla luce di quanto sopra, quantomeno dev’esser recalcitrante se non addirittura riottoso, non guasterebbe e non sarebbe stata guardata se non con magnanimità e bomomica tolleranza, una certa tendenza all’implorazione di recedere dai propositi di allontamento, sempre da parte sua.



Avevo conosciuto teodoro, cioè lui già lo conoscevo da anni, ma mi aveva sfiorato le dita con intenzione in una scena di auto un po’ improbabile e in quel momento potrei giurare di aver sentito almeno una farfalla cominciare a battere le ali alla bocca del mio stomaco. Sapevo che ci avrei pensato molto, che ci sarebbe inevitabilmente stato un seguito, a quello sbatter d’ali, non sono mai e poi mai stata capace, di resistere alle farfalle nello stomaco. Né mai l’ho realmente desiderato.



Mi era venuto un fastidioso herpes labiale, ma questo non era granchè come novità e mi era comparsa una sospetta macchia rossastra sopra alla palpebra sinistra, rotonda e grande come una moneta da dieci centesimi di euro ( circa duecento lire del vecchio conio?).



L’azienda non andava granchè bene, lo so che non c’entravo io, mica la dirigo, ma possederne una fetta mi faceva comunque sentire un po’ in colpa e un po’ in panico, perché gli errori stanno in agguato dove meno te li aspetti e così anche le loro responsabilità.



I capelli mi stavano sempre bene, taglio e colore azzeccati.

Le mie quotazioni di fascino, verso l’esterno, come di consueto parecchio soddisfacenti, quella che io chiamo ‘la panca’, come nel calcio, sai la panchina dove stanno quelli che potenzialmente potrebbero e vorrebbero giocare, ma che probabilmente non giocheranno mai, dicevo appunto la mia personalissima ‘panca’, come al solito bella calda.



Quest’anno non poteva non esser considerato fortunato. Avevo fatto tutto, seguito tutte le necessarie trafile burocratiche attizza fortuna, da vera professionista del genere.

Avevo messo, prima della mezzanotte, il cordino rosso che annodato tre volte al polso ti regala la possibilità di esprimere tre diversi desideri – fondamentale non dichiararli! – non li avevo dichiarati, avevo aspettato che il fatato bracciale si sciogliesse di sua volontà e lo avevo persino conservato nell’agenda dell’anno nuovo, che anche lei, per scaramanzia, non l’avevo cambiata di copertura per non attirare eventuale malasorte con incauti e non necessari cambiamenti.

Avevo mangiato un dattero, fresco e anche parecchio buono e mieloso al palato, conservandone nel portafoglio nero di sonia rykiel il nocciolo, a fruire di conseguenti ed inevitabili arricchimenti nell’arco della prossimissima rivoluzione solare.

Per tutto il primo gennaio non avevo visto ed accettato auguri che dai maschi.

Insomma, siam sinceri, più di così davvero non si poteva fare.

con la clarissa avevo comprato tutte tuttissime le riviste di astrologia, ci eravamo seriamente documentate sull’evoluzione della nostra ormai quarantennale gemellitudine.

E ne avevamo ricavato quadri meravigliosamente promettenti, con tutti dei giovi in faustissime congiunzioni e pianeti variegati in transiti se non felici addirittura felicissimi. Prospettive da occhiali rosa, insomma, anzi rosissimi e addirittura a mascherina avvolgente e persino di gucci.



Perché quindi, questa inquietudine da ventiquattro gennaio?

Insomma, io lo avevo sentito a radiomontecarlo, che il ventiquattro gennaio era stato stabilito essere il giorno più potenzialmente trsite dell’anno, a potenzialità di cattivo umore, in conseguenza a tutta una serie di calcoli relativi ai diversi fattori di competenza della data stessa, equidistante sia dalle vacanze di natale che da quelle estive, con le giornate più fastidiosamente corte e fredde e quant’altro.

Però non credevo che questa cosa qua mi avrebbe toccata così tanto.



Si trattava in fondo di un anno cinque, del mio quarantesimo di vita, di una sorta di rinascita e di riconsapevolezza.

Si intrravvedeva del buono anche negli avvenimenti più potenzialmente tristi, o quantomeno il buono era la capacità di cercare del buono proprio negli accadimenti che avrebbero portato a certo dolore.



passando,
mi sono accorta di me.

ed ero popolata da gente,
di parole.

è stato carino.
ha aperto sorrisi in un'epoca che ne sorgono pochi.
inesatto anche questo,
ne sorgono, per sorgerne,
ma son strani e nuovi,
un po' antichi e molto moderni.